Toledo

Toledo è bellissima. Appare all’orizzonte, arrocata su una collina, stretta nella sua cerchia di mura, in mezzo ad una pianura sterminata, puntinata di alberi che è ormai dicembre ma ancora sono pieni di foglie e i campi di terra quasi rosa (sarà la terra o sarà l’effetto della luce?) . In effetti il sole è abbagliante come da noi in estate, la temperatura è mite ma di notte scende vertiginosamente. Le case sono un misto di influenza araba e atmosfera da film western.

Insomma, c’è qualcosa che ti penetra nelle ossa e punta dritto al cuore.
Qualcosa di non ben definibile perchè il contesto emotivo è veramente tumultuoso, e spazia dall’ansia incontrollabile alla totale apatia.
Ho persino dormito durante il volo, a me che non capita mai di dormire in aereo, ma un sonno profondo, inframezzato da sogni che mi hanno fatto svegliare di soprassalto. E quando mi sono svegliata stavamo già sorvolando la Spagna.

La Spagna. Chi l’avrebbe mai detto.

Mesi dopo, quando andai a viverci, capii qual era la suggestione che mi trasmetteva Toledo: con le sue architetture arabeggianti era come essere finiti dentro al videogioco di Prince of Persia.

 

Poi capii anche che vale la pena vivere all’estero solo per l’adrenalina che scorre nel sangue il giorno della partenza, del ritorno a casa. Quando a Toledo splende un sole enorme e lo guardi con gli occhi socchiusi dietro alle torri della piazza del municipio, fermandoti un attimo con la tua valigia in spalla.

Capii perché questa vita sospesa tra due mondi diventa una dipendenza da cui non si riesce piú a guarire.

I mulini del Don Quixote

Ho risalito il monte Calderico dal versante opposto, non per scelta ma perché, stordita dalla luce del mezzogiorno nel primo giorno di primavera spagnola, non avevo capito quale fosse il sentiero principale. Meglio, cosí almeno per il primo tratto ho avuto l’illusione che i mulini fossero davvero immersi nell’atmosfera incontaminata dei percorsi cavallereschi. E poi davanti a me c’era un piccolo gruppo di spagnoli che passeggiando commentava le previsioni del tempo per questi ultimi giorni di vacanza, io in fondo mi sono limitata a seguirli. Poi c’era un pungente odore di rosmarino, che cresce spontaneo tra l’erba secca, e un gregge di pecore che avanzavano compatte, il pastore e i suoi due cani.
Volevo fotografarli ma ero intimorita, mi sembrava maleducato trattare quell’uomo come un’attrazione turistica quando stava semplicemente facendo il suo lavoro.
Cosí li ho fotografati da lontano con lo zoom, ma non é la stessa cosa.

Il sentiero dei mulini é percorribile in macchina, i turisti parcheggiano sino in fronte all’ultimo mulino e scattano foto incessantemente, facendosi immortalare nelle inquadrature piú ridicole. ¡Que pena!
Consuegra come paese non é neanche particolarmente interessante, ma nel questionario che mi hanno proposto all’ufficio del turismo ho dato il massimo dei punti in quasi tutte le domande, perché in effetti é vero che sono entusiasta di questi luoghi.

Tenerife, Islas Canarias

Avevo un conto in sospeso con le Canarie, un biglietto aereo già comprato e mai utilizzato, ai tempi in cui ancora vivevo in Spagna.
Avevo un conto in sospeso con il vulcano più alto d’Europa, che poi vanta il primato solo perchè questo piccolo frammento di Africa appartiene alla Spagna, che nell’Europa geografica resta il primato indiscusso dell’Etna.

Come mi è già successo altre volte, tanti racconti di chi alle Canarie era già stato sono stati fuorvianti.
La immaginavo un’isola piccola, arida, ventosa e bagnata da un oceano gelido. Invece è quasi una regione, dalle città variopinte e ciascuna con una sua marcata identità.
Guai a dire a un canario del nord che a Masca si vedono delfini e si nuota coi pesci ai piedi di impressionanti scogliere a picco sul mare. Così come mai dire a un canario del sud che la valle della Esperanza è una distesa di boschi e sentieri serpeggianti come nelle fiabe. Ciascuno difende il proprio spicchio di regione (anche a costo di infamare un pochino la vicina), ma per un turista è difficile schierarsi con l’uno o con l’altro, che quest’isola è tutta bella nelle sue diversità.

Arida e ventosa forse in parte, del resto non è mica la piovosa irlanda, ma le montagne e le scogliere del nord, verdeggianti e ricoperte di pini, sono un paesaggio che proprio non mi aspettavo.
Così come non mi aspettavo di piombare in piena estate a metà gennaio. Di tutti i consigli (sbagliati) che mi sono stati offerti, l’immagine delle Canarie come un posto inospitale per la vita di mare è la più fuori luogo.
Alle Canarie si fa surf, windsurf, kite, snorkeling, immersioni, o semplicemente si fa il bagno e ci si stende al sole o ci si tuffa dalla barca in un mare limpidissimo. Lungo la costa si respira l’aria calda e profumata dell’estate, si passeggia sfoggiando vestiti corti, grandi cappelli di paglia e occhiali da sole. Ci si disseta con uno dei tanti frullati (batidos) di frutta tropicale, che qui cresce rigogliosa e saporita.
Un angolo di tropici a portata di mano, che le Canarie sono Spagna a tutti gli effetti, anche se qua e là compaiono scritte sui muri dal rigurgito indipendentista.

Torno a Milano non tanto abbronzata, ma quel poco che basta a portare sulla pelle la luce e i colori di Tenerife.

Mulhacén, 3482 metri

Tutti si meritano almeno un primato. Se le Canarie hanno soffiato alla Sierra Nevada la cima più alta di Spagna (il Teide), il Mulhacén si prende la rivincita almeno all’interno della Spagna continentale. Non è infatti sui Pirenei, ma su quell’avamposto montuoso a sud della Spagna che si raggiunge la vetta più alta della penisola iberica.

A sud di Granada, l’ultima roccaforte araba durante la reconquista, si ergono queste montagne geologicamente molto simili alle Alpi. Gran parte del territorio è parco naturale e proclamato riserva della biosfera da parte dell’Unesco. Riserva per il gran numero di specie animali e vegetali che la popolano. Un centro de interpretación a Capileira fornisce le guide e le spiegazioni per avvicinarsi alla montagna.