Le isole Lofoten

Dove finisce la ferrovia norvegese, a Bodø, inizia un paese di fiordi e ghiacci e lunghissimi inverni. Lì, dove inizia la Norvegia più estrema, una lingua di isole si separa dalla costa insinuandosi nel mare del Nord: le Lofoten.

Noi siamo stati a fine marzo, quando già le giornate cominciavano ad allungarsi; le Lofoten poi sono lambite dalla corrente del Golfo, che fa sì che gli inverni non siano mai troppo rigidi. Giornate più lunghe e corrente del Golfo non ci hanno però risparmiato piogge torrenziali praticamente per tutto il tempo che siamo rimasti. Una sera rientrando in ostello cominciò pure a nevicare.

A proposito, l’ostello: un posto magico. Una autentica rorbuer, le tradizionali case dei pescatori, con un autentico pescatore a organizzare le camere nel sottotetto e tenere vivo il fuoco nelle stufe a legna delle due enormi sale-cucina al pianterreno. Una casa completamente in legno, costruita su un molo, che la notte di peggiore tormenta sembrava che il vento se la volesse portare via.

Anche accanto alla nostra rorbuer, come in tutte le isole Lofoten, non mancavano i merluzzi appesi. La pesca del merluzzo e la preparazione dello stoccafisso è la principale, forse unica, attività delle Lofoten da gennaio a marzo. Siamo rimasti con il dubbio di come faccia a seccare il pesce in un posto così umido, ma soprattutto con il dubbio di cosa se ne facessero delle migliaia e migliaia di teste di pesci anche loro ordinatamente appese a seccare.

Sulla punta finale delle isole si trova il paese dal nome più corto al mondo: Å (che si pronuncia più o meno come una O). Un piccolo gruppo di case di pescatori, rorbuer anche lì, quasi tutte convertite a sistemazioni turistiche, compreso un ristorante vista mare dai prezzi medio-alti. Il fascino di soggiornare dove finisce la terraferma e inizia il mare artico, a perdita d’occhio.

Tromsø, the gateway to North Pole

Durante il meraviglioso viaggio in nave da Stamsund, nelle isole Lofoten, a Tromsø ci propinarono anche un documentario sulla città a cui stavamo per approdare. Il documentario riportava la storia delle grande missioni al Polo Nord, tutte partite da Tromsø, che per questo è definita la porta di accesso al Polo.

Tromsø è l’ultima città prima del grande nord, una città nemmeno troppo piccola. Qui la gente convive con le sue temperature polari, i metri di neve, gli inverni infiniti, come se nulla fosse. Mentre io in nave per fare quattro foto e poi scappare in cabina congelata ero avvolta in strati di lana e giaccavento e pantaloni da sci, le bambine scandinave scorrazzavano sul ponte della nave in maglietta di cotone. Dico solo questo.

Tromsø si estende su un’isola e su un altro tratto di costa che in questo frastagliatissimo arcipelago dovrebbe però essere terraferma. In mezzo le collega uno spettacolare ponte, che è anche molto spettacolare da attraversare a piedi, con il vento gelido che soffia lì in alto. La parte dell’isola non abitata è un susseguirsi di piccoli golfi e piccoli moli, una costa bassa e pietrosa, piuttosto spoglia ma con un panorama di montagne a perdita d’occhio.

A Tromsø le aurore si vedono quasi a colpo sicuro, a proposito.