Cevedale, 3769 metri

La prima uscita dopo il corso di alpinismo, provando a gestire una cordata, ripassando i nodi a palla e le manovre di sicurezza sul ghiacciaio. Anche una delle cime più alte che ho raggiunto sino ad ora, che ancora non ho sfondato il tetto dei 4000, ma ci sto arrivando.

Il Cevedale è facile, una lunga passeggiata ad alta quota. I crepacci si aggirano con deviazioni più o meno ripide, più o meno lunghe. Solo un piccolo crepaccio è stato necessario saltarlo, assicurati dai compagni di cordata.

L’unico tratto impegnativo sembra essere la salita al Casati, ripida e rocciosa nell’ultimo tratto. Saranno i 3200 metri di quota, sarà l’affanno della salita, all’arrivo il vago senso di nausea e mal di testa sembravano un accenno di mal di montagna. Ma poi bastò cambiare leggermente la quota, con una passeggiata defatigante sino ai tre cannoni, per arrivare a cena in gran forma e gran appetito.

Il seguito è normale routine da vita in rifugio: pasta al pomodoro e polenta con la carne per cena, lunghe chiacchierate e pagine sfogliate prima di andare a letto, poche ore di sonno ma sufficienti per svegliarsi con tanta energia e tanta voglia di raggiungere la vetta.

L’alba sulle montagne, guardando il sole spuntare oltre le cime e le pianure e insomma il mondo intero, resta uno dei motivi per cui mai potrei rinunciare ad essere qui.

[Nella mappa il percorso dal rifugio dei Forni, attraverso il Pizzini e il Casati, e ritorno]

Chitlang

Come sempre, c‘é quello che ci si aspetta e quello che no. Mi ero preparata a mangiare peli di yak con il latte, come racconta René Desmaison in un libro, invece non ne ho manco visto uno dal vivo, in peli e ossa, di yak. Comincio a pensare sia un animale mitologico.
A dormire in una capanna in una valle sperduta in un villaggio sperduto di nome Chitlang, senza luce, senza acqua, con tanti spifferi … no, non posso dire che ero preparata. Perché altrimenti avrei comprato il sacco a pelo da alpinismo estremo al dechatlon, non la versione da aspirante campeggiatore della riviera adriatica.

Questi sono gli inconvenienti. Non solo questi ma tralascio gli altri.

Il resto é incantevole. Le montagne, la gente, le stelle. Il cielo scintillante di dove non esistono le luci, come nel deserto due anni fa.
Non mi sento neppure a cinquemila e oltre km da casa. In realtá da tempo ormai non calcolo le distanze in km, ma in giorni. Adesso sono lontana da casa 26 giorni di lavoro e due di viaggio. Dietro l‘angolo praticamente.

Chitlang

Avevo scritto un post ieri sera, quando alle otto e mezza ora locale nepalese giá mi rintanavo sotto le coperte in una casetta piena di spifferi nei pressi di Chitwan.
Chitwan é un villaggio sperduto, da qualche parte a un ‘ora di bus piú una di jeep sulle montagne. Soprattutto é degna di nota l‘ora di jeep, su delle mulattiere a precipizio sulla valle che io non farei fare neanche ai muli.
Il camping a Chitlang piú che un corso di orientamento é stato un corso di sopravvivenza. Credo che l‘idea fosse eliminare in partenza i non adatti all‘esperienza. Niente acqua corrente, niente luce, trekking giú da un pendio, attraversamento di ponte tibetano, colazione a base di legumi e un pastone di semola vagamente dolce, giochi a penitenze in ogni momento libero, cena intorno al fuoco e notte in tenda. Mi sono pentita quindici milioni di volte di non aver preso al Decathlon il sacco a pelo versione alpinista estremo, ma di aver pavidamente ripiegato sulla versione da aspirante campeggiatore della riviera adriatica.
In realtá non ho avuto freddo. Anzi, sono stata benone.
Nei rifugi sulle Alpi sono stata ben piú di una notte senza doccia, la gita in barca era idilliaca, e la colazione salata é la mia preferita. Peraltro la tazza di the caldo alle otto del mattino, tra le nebbie dell‘alba, é stata un piacere sublime.

Nulla é comodo qui. Ma con quattro amici e altrettante birre qualsiasi posto nel mondo é esattamente come a casa.

Il Teide, 3718 metri

Il Teide è una montagna facile, con la tipica pendenza mai brusca di un vulcano, ma non vanno sottovalutati i suoi tremilasettecento e oltre metri di quota. La salita può diventare molto faticosa, la temperatura molto rigida, le nubi coprire improvvisamente il sentiero e annullare la visibilità.

Il rifugio di Altavista inoltre non offre servizio di ristorazione, quindi bisogna salire attrezzati con cibo per la cena e la colazione, più abbondante quantità di acqua, che in alternativa il distributore automatico la vende a 3€ ogni bottiglietta.
Indispensabile anche una lampada frontale e dei bastoni da trekking per la discesa, che è lunga e impegnativa per le ginocchia.

In rete avevo trovato foto incredibili delle stellate dal rifugio, soprattutto molti startrails, ma nel mio caso c’era una luna totalmente sfavorevole e delle nubi che amplificavano il bagliore diffuso che oscura la luce delle stelle. Mi sono rifatta al mattino alle 5, poco prima della partenza, anche se la fretta di arrivare in cima prima dell’alba non mi ha lasciato troppo tempo per sperimentare lunghe esposizioni e inquadrature interessanti al cielo.

Le isole Lofoten

Dove finisce la ferrovia norvegese, a Bodø, inizia un paese di fiordi e ghiacci e lunghissimi inverni. Lì, dove inizia la Norvegia più estrema, una lingua di isole si separa dalla costa insinuandosi nel mare del Nord: le Lofoten.

Noi siamo stati a fine marzo, quando già le giornate cominciavano ad allungarsi; le Lofoten poi sono lambite dalla corrente del Golfo, che fa sì che gli inverni non siano mai troppo rigidi. Giornate più lunghe e corrente del Golfo non ci hanno però risparmiato piogge torrenziali praticamente per tutto il tempo che siamo rimasti. Una sera rientrando in ostello cominciò pure a nevicare.

A proposito, l’ostello: un posto magico. Una autentica rorbuer, le tradizionali case dei pescatori, con un autentico pescatore a organizzare le camere nel sottotetto e tenere vivo il fuoco nelle stufe a legna delle due enormi sale-cucina al pianterreno. Una casa completamente in legno, costruita su un molo, che la notte di peggiore tormenta sembrava che il vento se la volesse portare via.

Anche accanto alla nostra rorbuer, come in tutte le isole Lofoten, non mancavano i merluzzi appesi. La pesca del merluzzo e la preparazione dello stoccafisso è la principale, forse unica, attività delle Lofoten da gennaio a marzo. Siamo rimasti con il dubbio di come faccia a seccare il pesce in un posto così umido, ma soprattutto con il dubbio di cosa se ne facessero delle migliaia e migliaia di teste di pesci anche loro ordinatamente appese a seccare.

Sulla punta finale delle isole si trova il paese dal nome più corto al mondo: Å (che si pronuncia più o meno come una O). Un piccolo gruppo di case di pescatori, rorbuer anche lì, quasi tutte convertite a sistemazioni turistiche, compreso un ristorante vista mare dai prezzi medio-alti. Il fascino di soggiornare dove finisce la terraferma e inizia il mare artico, a perdita d’occhio.

Tromsø, the gateway to North Pole

Durante il meraviglioso viaggio in nave da Stamsund, nelle isole Lofoten, a Tromsø ci propinarono anche un documentario sulla città a cui stavamo per approdare. Il documentario riportava la storia delle grande missioni al Polo Nord, tutte partite da Tromsø, che per questo è definita la porta di accesso al Polo.

Tromsø è l’ultima città prima del grande nord, una città nemmeno troppo piccola. Qui la gente convive con le sue temperature polari, i metri di neve, gli inverni infiniti, come se nulla fosse. Mentre io in nave per fare quattro foto e poi scappare in cabina congelata ero avvolta in strati di lana e giaccavento e pantaloni da sci, le bambine scandinave scorrazzavano sul ponte della nave in maglietta di cotone. Dico solo questo.

Tromsø si estende su un’isola e su un altro tratto di costa che in questo frastagliatissimo arcipelago dovrebbe però essere terraferma. In mezzo le collega uno spettacolare ponte, che è anche molto spettacolare da attraversare a piedi, con il vento gelido che soffia lì in alto. La parte dell’isola non abitata è un susseguirsi di piccoli golfi e piccoli moli, una costa bassa e pietrosa, piuttosto spoglia ma con un panorama di montagne a perdita d’occhio.

A Tromsø le aurore si vedono quasi a colpo sicuro, a proposito.

Il rifugio più alto d’Europa

Uno di quei compleanni che non dimenticherò. Dopo 15 anni esatti sono tornata al rifugio Gnifetti, 15 anni di persone e luoghi e montagne, soprattutto montagne nell’ultimo anno.
Ricordavo il sentiero dello Stolemberg come se ci fossi stata il giorno prima, ricordavo che il nome della capanna Margherita risuonava quasi come una leggenda inarrivabile 15 anni fa.
Mi sono regalata il mio primo 4000 per il mio compleanno, che poi non è un quattromila qualunque. È la montagna all’ombra della quale sono nata e cresciuta, la montagna che ospita il rifugio più alto d’Europa, la montagna dall’alto della quale si vedono tutte le montagne e le valli e le pianure della mia vita.