Cevedale, 3769 metri

La prima uscita dopo il corso di alpinismo, provando a gestire una cordata, ripassando i nodi a palla e le manovre di sicurezza sul ghiacciaio. Anche una delle cime più alte che ho raggiunto sino ad ora, che ancora non ho sfondato il tetto dei 4000, ma ci sto arrivando.

Il Cevedale è facile, una lunga passeggiata ad alta quota. I crepacci si aggirano con deviazioni più o meno ripide, più o meno lunghe. Solo un piccolo crepaccio è stato necessario saltarlo, assicurati dai compagni di cordata.

L’unico tratto impegnativo sembra essere la salita al Casati, ripida e rocciosa nell’ultimo tratto. Saranno i 3200 metri di quota, sarà l’affanno della salita, all’arrivo il vago senso di nausea e mal di testa sembravano un accenno di mal di montagna. Ma poi bastò cambiare leggermente la quota, con una passeggiata defatigante sino ai tre cannoni, per arrivare a cena in gran forma e gran appetito.

Il seguito è normale routine da vita in rifugio: pasta al pomodoro e polenta con la carne per cena, lunghe chiacchierate e pagine sfogliate prima di andare a letto, poche ore di sonno ma sufficienti per svegliarsi con tanta energia e tanta voglia di raggiungere la vetta.

L’alba sulle montagne, guardando il sole spuntare oltre le cime e le pianure e insomma il mondo intero, resta uno dei motivi per cui mai potrei rinunciare ad essere qui.

[Nella mappa il percorso dal rifugio dei Forni, attraverso il Pizzini e il Casati, e ritorno]

Agrigento

work in progress

Le 5 terre e la costa di Levante

Genova – Monterosso in treno.
Monterosso – Vernazza in barca, bellissima Vernazza vista dal mare e irresistibile un tuffo appena scesi al porto.
Vernazza – Corniglia a piedi. Ma non a piedi per il sentiero turistico, che costeggia il mare ed è affollato di gente. Noi abbiamo fatto il sentiero difficile, da veri avventurieri, quello che si inerpica sulle colline delle costa ligure ed è in stato da abbandono da anni. Quello che bisogna farsi largo tra i rovi e la vegetazione, ma che regala panorami dall’alto e installazioni inaspettate lungo il cammino.

Siracusa e dintorni

Erano passati quasi trent’anni dall’ultima volta che visitai Siracusa, ma appena misi piede nel teatro greco mi sembrarono solo una manciata di giorni. Lo ricordavo ancora nei dettagli, così come ricordavo l’Orecchio di Dionisio, una grotta dall’acustica sorprendente e dalla volta acuta come quella di una cattedrale.

I resti della civiltà ellenica dovevano aver fatto breccia nei miei ricordi molto più del sontuoso barocco di Siracusa e Noto. Un barocco che invece ho apprezzato molto meglio ora, che sono diventata grande.

Monferrato: there’s no place like home.

Tutti noi monferrini siamo cresciuti a pane e Aleramo, ossia ci hanno raccontato innumerevoli volte la leggenda del cavaliere medioevale che sarebbe stato insignito di tante terre quante sarebbe riuscito a percorrere con il suo cavallo. E quando il suo cavallo perse un ferro, lui riuscì a riparare il danno con un mattone trovato lungo la strada (un mòn in dialetto). Per questo decise di chiamare le terre che conquistò mun-frà, le terre percorse grazie alla ferratura con un mattone.

Oggi gli storici dicono che la leggenda non abbia un solo fondamento di verità, però noi restiamo affezionati a questo intrepido cavaliere che già mille anni fa percorreva le nostre colline. Colline di vigneti, incorniciate da un superbo arco alpino, che si specchiano nelle risaie, in un panorama unico al mondo.

Nel giugno 2014 il Monferrato è diventato patrimonio UNESCO, per i suoi vigneti ma soprattutto per gli infernot, depositi per il vino scavati nella pietra da cantone, raggiungibili attraverso lunghi cunicoli a gradini, anch’essi scavati a mano.

Le valli dell’Ossola

Valle Anzasca, il sentiero di accesso alla imponente parete est del Monte Rosa, i cui ghiacciai si tuffano nel Lago delle Locce.
Ma anche il Lago delle Fate e le pozze, le cascate che il torrente Anza e i suoi affluenti formano lungo il percorso.

Val Bognanco, il rifugio Gattascosa, il passo del Monscera, come una terrazza sulle montagne svizzere.

Val Divedro, l’Alpe Veglia a cui si arriva attraverso una mulattiera che costeggia una ripida gola, quasi un orrido. L’anfiteatro di montagne, tra cui svetta il Monte Leone, sembra proteggere quel pianoro ad alta quota, come un luogo senza tempo.

Val Formazza, punteggiata di piccoli borghi come in un diorama di trenini. Imperdibile per le piscine naturali di acqua calda a Premia. (Ebbene sì, non le hanno solo in Islanda!)

L’Ossola rimane una montagna sconosciuta ai percorsi del turismo di massa, relegata a quel corno di Piemonte che si incunea tra le montagna della Svizzera. Rimane una terra selvaggia, forse ancora per poco, una terra di confine. Nell’album fotografico ripercorro alcune delle gite più belle che ho fatto in Ossola.