Chitlang

Come sempre, c‘é quello che ci si aspetta e quello che no. Mi ero preparata a mangiare peli di yak con il latte, come racconta René Desmaison in un libro, invece non ne ho manco visto uno dal vivo, in peli e ossa, di yak. Comincio a pensare sia un animale mitologico.
A dormire in una capanna in una valle sperduta in un villaggio sperduto di nome Chitlang, senza luce, senza acqua, con tanti spifferi … no, non posso dire che ero preparata. Perché altrimenti avrei comprato il sacco a pelo da alpinismo estremo al dechatlon, non la versione da aspirante campeggiatore della riviera adriatica.

Questi sono gli inconvenienti. Non solo questi ma tralascio gli altri.

Il resto é incantevole. Le montagne, la gente, le stelle. Il cielo scintillante di dove non esistono le luci, come nel deserto due anni fa.
Non mi sento neppure a cinquemila e oltre km da casa. In realtá da tempo ormai non calcolo le distanze in km, ma in giorni. Adesso sono lontana da casa 26 giorni di lavoro e due di viaggio. Dietro l‘angolo praticamente.

Chitlang

Avevo scritto un post ieri sera, quando alle otto e mezza ora locale nepalese giá mi rintanavo sotto le coperte in una casetta piena di spifferi nei pressi di Chitwan.
Chitwan é un villaggio sperduto, da qualche parte a un ‘ora di bus piú una di jeep sulle montagne. Soprattutto é degna di nota l‘ora di jeep, su delle mulattiere a precipizio sulla valle che io non farei fare neanche ai muli.
Il camping a Chitlang piú che un corso di orientamento é stato un corso di sopravvivenza. Credo che l‘idea fosse eliminare in partenza i non adatti all‘esperienza. Niente acqua corrente, niente luce, trekking giú da un pendio, attraversamento di ponte tibetano, colazione a base di legumi e un pastone di semola vagamente dolce, giochi a penitenze in ogni momento libero, cena intorno al fuoco e notte in tenda. Mi sono pentita quindici milioni di volte di non aver preso al Decathlon il sacco a pelo versione alpinista estremo, ma di aver pavidamente ripiegato sulla versione da aspirante campeggiatore della riviera adriatica.
In realtá non ho avuto freddo. Anzi, sono stata benone.
Nei rifugi sulle Alpi sono stata ben piú di una notte senza doccia, la gita in barca era idilliaca, e la colazione salata é la mia preferita. Peraltro la tazza di the caldo alle otto del mattino, tra le nebbie dell‘alba, é stata un piacere sublime.

Nulla é comodo qui. Ma con quattro amici e altrettante birre qualsiasi posto nel mondo é esattamente come a casa.

First contact

Sono partita lasciando alle spalle un fine settimana intenso e stremante. Dopo questi ultimi giorni il Nepal sarà una passeggiata, dicevo.
Dicevo per non pensare a cosa mi aspettava.
L‘aereo atterra a Kathmandu sfiorando le montagne a sud della valle, quelle basse e verdissime. La città sembra una miniatura lego, tante casette a più piani colorate e sparpagliate, il tempo é perfetto.
Kathmandu sembra la New York povera: un sacco di gente, di traffico, di cartelli pubblicitari sui palazzi che ricordano Times Square.
Ovviamente, nella versione povera.
Stavolta non é come in Africa, dove la povertà si vedeva dalla finestra del nostro hotel tre stelle, o di un lussuoso riad. Stavolta sono senza luce, senza acqua calda, senza riscaldamento, con le lenzuola strappate e obbligata a imparare il nepalese.
Ah già, era quello che cercavo.