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Monkey temple

Lost in Salento

Ogni fine settimana che passo in Salento mi sono ripromessa di visitare un posto diverso. Credevo fosse poco più di un fazzoletto di terra, questo tacco dello stivale, invece scopro che si estende tra due mari e si allunga verso sud molto più di quanto avessi calcolato.
Allora apro il GoogleMap e comincio a zoomare le aree che vedo delimitate in verde, le aree protette suppongo. A maggiori ingrandimenti scopro la presenza di laghi, di saline, di fiumi e di gole che, con il mare al lato, sono un preziosissimo baule di possibilità per ogni momento della giornata. Due coste, quella adriatica e quella ionica, e svariati altri specchi d’acqua danno origine a decine di combinazioni diverse di albe e tramonti del sole e della luna piena e degli spicchi di luna e le nuvole sempre diverse tra loro, perchè qui soffia un vento di tutto rispetto.
Così dopo il GoogleMap è la volta del Photoephemeris, prendo nota delle ore civili, nautiche ed astronomiche, calcolo i tempi di percorrenza, pianifico la partenza e riempio lo zainetto con l’attrezzatura fotografica e qualcosa da mangiare.

Poi puntualmente cambio idea, il gps si scarica e io comincio a vagare tra gli uliveti e le strade senza guardrail e senza cartelli, e mi oriento solo con le ombre e aspetto di vedere comparire il mare.

Scopro la pescheria Lalimini, che in bassa stagione è vuota ma i banconi odorano ancora di pesce. Scosto la tenda di striscioline di plastica verde acqua, così retrò che subito mi accorgo che quello è il posto perfetto per fare delle foto.
Il pescatore è gentilissimo, mi apre il cancello per entrare nella zona di allevamento, dove cordoli di cemento spezzano i laghi Alimini in quadretti di mare e moltiplicano i riflessi del sole al tramonto. Si premura di dirmi dove è pericoloso camminare e dove invece è sicuro, poi torna al suo lavoro di riordino delle reti da pesca.

Sono da sola a camminare intorno al lago, sono da sola lungo la spiaggia e tra le dune di sabbia, sono da sola in mezzo agli ulivi. Tornando verso Lecce, 30km più a nord, centinaia o forse migliaia di macchine brulicano nel parcheggio di un centro commerciale. Mi chiedo da anni ormai cosa spinga le persone a fare solo e soltanto ciò che fa la massa. A spingersi solo dove si è spinto il turismo e non provare nessun desiderio di scoperta. Soprattutto, non avere la minima idea di cosa si stanno perdendo.

Milano

Io appartengo a quella schiera di milanesi adottivi che non possono sopportare il luogo comune sulla loro adorata città, che la vorrebbe grigia, frenetica, caotica e immeritatamente snob. Così mi imbarco in lunghi e noiosi sermoni, cercando di spiegare che Milano è arte, storia, cultura, scienza, scorci pittoreschi, luoghi di assoluta quiete, verde dei parchi, opportunità della metropoli, eleganza e fascino.

Ma è tutto inutile, chi non la vive, Milano, non può capirlo. Soprattutto perchè il volto migliore Milano lo mostra quando tutti i suoi ingrati pendolari sono tornati nelle loro periferie dopo il lavoro. Milano di notte ha una calma quasi irreale e le sue strade e i suoi palazzi sembrano finalmente tirare un sospiro di sollievo.

Ho vissuto Milano praticamente da quando sono nata, ma sempre come una seconda casa, una sistemazione provvisoria. Solo negli ultimi anni ho cominciato a considerarla il mio “campo base” e da allora l’ho scoperta ancora più bella di come la ricordassi.