Deserto di Atacama

Lo splendido deserto di Atacama, nonostante sia il posto più secco al mondo, ospita una varietà di fauna che raramente ho visto tutta insieme. Dai 2500 metri di San Pedro de Atacama, dove le strade sono polverose e il sole cocente, si sale sugli altipiani circostanti, tremila, quattromila, facilmente si arriva a cinquemila metri sul livello del mare.

E allora è essenziale seguire i consigli della gente del posto, più che tutti quelli improvvisati di viaggiatori di passaggio: bere molta acqua e camminare lentamente. Che nel deserto sia indispensabile bere l’avevo già capito nel Gobi, in Mongolia. Sembra banale, ma non bisogna aspettare di avere sete. La sete nel deserto è tremenda, anche se si dispone di acqua.

Fare il bagno a 4300 metri di quota, quando fuori è appena sorto il sole e ha scaldato l’aria dai -9° fino addirittura a -3°!, in quelle pozze naturali di acqua caldissima, è una di quelle esperienze che fanno sentire pronti ad affrontare qualsiasi cosa.
Anche il sandboard è un’esperienza interessante, provare la sensazione che provano le cotolette impanate sicuramente batte ogni altra esperienza in stranezza. Poi la sabbia scivola molto meno della neve, ma soprattutto la neve al massimo si tramuta in un po’ d’acqua lungo i polsi, la sabbia non si tramuta in niente e resta lì, negli occhi, in bocca, nel naso e nelle mutande, fino a che non si arriva in ostello per una doccia. Ho trovato sabbia del deserto di Atacama tra i vestiti ancora rientrata in Italia, ovviamente.

Il deserto del Sahara sulle orme dei Tuareg

C’è un motivo per cui fuggo dalle mete del turismo di massa, e non è il semplice snobismo. La mia sensazione è che dove arrivano i turisti si perda il risvolto autentico del posto, della cultura. Che diventi tutto un’attrazione da luna park del viaggiatore, perchè la quotidianità dei popoli non ha sufficiente appeal per soddisfare il turista.

Questa sensazione la ebbi particolarmente durante il tour al deserto del Sahara con una carovana di Tuareg a dorso di dromedario. Non è credibile che un campo nomade in mezzo al deserto disponga di docce, che si debba per forza cantare intorno al fuoco dopo la cena e, nonostante riconosca che il XXI secolo è arrivato per tutti, i Tuareg con telefonino che raccattano contatti facebook tra le turiste sono quantomeno sospetti.

Fatta questa premessa, posso dire che fu un’esperienza meravigliosa. I dromedari sono grossi quadrupedi tremendamente affettuosi, e non importa se due giorni a cavalcioni della loro gobba mi procurarono delle autentiche piaghe là dove mi siedo.
Il deserto di notte è l’assoluta pace del nulla a perdita d’occhio, l’alba tra le dune è un momento di tregua nel caldo invivibile dell’agosto marocchino.
Da buona selvaggia quale sono, ovviamente disdegnai le docce e scelsi il bagno nel fiume al ritorno dal deserto. Invece dei canti a suon di tamburo, passai il dopocena tra i dromedari che riposavano dietro le nostre tende e tentai una passeggiata in solitaria, ma venni subito redarguita da uno dei nomadi, che nel Sahara c’è pericolo di serpenti!