The long road to Sevilla

Partendo da Toledo, mi consigliarono di non fare la solita Autovía del Los Viñedos e Despeñaperros, ma di percorrere la strada che attraversa l’Extremadura. In effetti è un viaggio splendido, un interminabile corridoio di montagne, di ginestre cosí gialle da far male alla vista e poi, arrivando verso sud, di oleandri fioriti di rosa. E in mezzo al nulla, improvvisamente, un enorme agglomerato urbano che riflette di bianco la luce del sole ancora alto alle nove di sera. Sevilla, la cittá con fascino ma insopportabile da viverci.
Per motivi economici ho sempre vissuto la Sevilla delle periferie, che è ben lontana dal fascino e dalla ricchezza della cultura Moudjahidine che si respira in centro. Ho vissuto in quartieri di zingari e spacciatori, dove si favoleggiava non entrassero nemmeno i tassisti e gli addetti alla nettezza urbana, ma anche Sevilla Este non era da meno, con i suoi bar sgangherati, con le auto parcheggiate rigorosamente in folle per poter essere spostate quando intralciavano l’entrata o l’uscita da un parcheggio. La parte bella di Sevilla Este era però la vicinanza con l’aeroporto, vedere quegli aerei decollare e attraversare enormi nuvoloni carichi di pioggia, anche se poi non piove mai per davvero, era uno spettacolo ipnotizzante tutte le mattine.

Poi finisce che ti affezioni. Del resto, sommando tutti i giorni e tutti i viaggi, risulta che Sevilla si é ritagliata il suo spazio di importanza nella mia vita. E non é solo una questione temporale. A Sevilla é stata una moltitudine di impressioni, di sensazioni, di avvenimenti, di persone, di esperienze che rendono gigantesca la sua impronta nei miei ricordi.

Mai ci tornerei a vivere, ma un po’ mi spiace averle dovuto dire addio.

L’ultima notte prima di ripartire, quando uscimmo dal locale che mancava ormai poco all’alba e i chitarristi stavano ancora tamburellando delle canzoni flamenche, vidi i contorni della Giralda, della Maestranza, della torre dell’Oro e della Piazza di Spagna avvolti nella oscuritá umida che si alzava dal Guadalquivir e provai un leggero spasmo alla bocca della stomaco. Era uno scorcio di Sevilla bellissimo, sono fortunata perché probabilmente sará l’immagine che riaffiorerá per prima ogni volta che ripenseró a quello spicchio di vita.
Il ricordo che mi resterá di Siviglia sará sempre in bilico tra l’immagine di una cittá dal fascino nordafricano, i colori abbaglianti del giallo e del bianco, da una parte, e dall’altra delle abitudini così distanti dal mio modo di vivere.
Una città candida e colorata, polverosa e accecante, sotto un sole limpido che puó trascinare il termometro sino ai cinquanta gradi. Peró sono stata fortunata e a Sevilla ne ho sperimentati al massimo 38. Molto fortunata.