Cevedale, 3769 metri

La prima uscita dopo il corso di alpinismo, provando a gestire una cordata, ripassando i nodi a palla e le manovre di sicurezza sul ghiacciaio. Anche una delle cime più alte che ho raggiunto sino ad ora, che ancora non ho sfondato il tetto dei 4000, ma ci sto arrivando.

Il Cevedale è facile, una lunga passeggiata ad alta quota. I crepacci si aggirano con deviazioni più o meno ripide, più o meno lunghe. Solo un piccolo crepaccio è stato necessario saltarlo, assicurati dai compagni di cordata.

L’unico tratto impegnativo sembra essere la salita al Casati, ripida e rocciosa nell’ultimo tratto. Saranno i 3200 metri di quota, sarà l’affanno della salita, all’arrivo il vago senso di nausea e mal di testa sembravano un accenno di mal di montagna. Ma poi bastò cambiare leggermente la quota, con una passeggiata defatigante sino ai tre cannoni, per arrivare a cena in gran forma e gran appetito.

Il seguito è normale routine da vita in rifugio: pasta al pomodoro e polenta con la carne per cena, lunghe chiacchierate e pagine sfogliate prima di andare a letto, poche ore di sonno ma sufficienti per svegliarsi con tanta energia e tanta voglia di raggiungere la vetta.

L’alba sulle montagne, guardando il sole spuntare oltre le cime e le pianure e insomma il mondo intero, resta uno dei motivi per cui mai potrei rinunciare ad essere qui.

[Nella mappa il percorso dal rifugio dei Forni, attraverso il Pizzini e il Casati, e ritorno]

Il Teide, 3718 metri

Il Teide è una montagna facile, con la tipica pendenza mai brusca di un vulcano, ma non vanno sottovalutati i suoi tremilasettecento e oltre metri di quota. La salita può diventare molto faticosa, la temperatura molto rigida, le nubi coprire improvvisamente il sentiero e annullare la visibilità.

Il rifugio di Altavista inoltre non offre servizio di ristorazione, quindi bisogna salire attrezzati con cibo per la cena e la colazione, più abbondante quantità di acqua, che in alternativa il distributore automatico la vende a 3€ ogni bottiglietta.
Indispensabile anche una lampada frontale e dei bastoni da trekking per la discesa, che è lunga e impegnativa per le ginocchia.

In rete avevo trovato foto incredibili delle stellate dal rifugio, soprattutto molti startrails, ma nel mio caso c’era una luna totalmente sfavorevole e delle nubi che amplificavano il bagliore diffuso che oscura la luce delle stelle. Mi sono rifatta al mattino alle 5, poco prima della partenza, anche se la fretta di arrivare in cima prima dell’alba non mi ha lasciato troppo tempo per sperimentare lunghe esposizioni e inquadrature interessanti al cielo.

Il rifugio più alto d’Europa

Uno di quei compleanni che non dimenticherò. Dopo 15 anni esatti sono tornata al rifugio Gnifetti, 15 anni di persone e luoghi e montagne, soprattutto montagne nell’ultimo anno.
Ricordavo il sentiero dello Stolemberg come se ci fossi stata il giorno prima, ricordavo che il nome della capanna Margherita risuonava quasi come una leggenda inarrivabile 15 anni fa.
Mi sono regalata il mio primo 4000 per il mio compleanno, che poi non è un quattromila qualunque. È la montagna all’ombra della quale sono nata e cresciuta, la montagna che ospita il rifugio più alto d’Europa, la montagna dall’alto della quale si vedono tutte le montagne e le valli e le pianure della mia vita.

Il piccolo Zebrú

Se durante l’uscita al Morteratsch ho avuto la rivelazione che sono davvero una montanara d’adozione, come mi fregio di essere, con la salita al Piccolo Zebrù ho avuto la conferma che a noi alpiniste adottive nulla ci ferma, nemmeno la stanchezza e la tormenta.

Salire al rifugio V Alpini è una lunghissima camminata di fondovalle seguita da una ripida ascesa a stretti tornanti, breve ma intensa. Nonostante ci fossimo risparmiati la parte facile e noiosa con un passaggio in 4×4, per me la salita fu una vera prova di resistenza estrema.
Poco male, quando al rifugio ti aspetta un tè caldo e un’ottima compagnia.

Poco male anche che il mattino dopo la salita si preannunciasse coperta da una fitta coltre di nubi. Ho percorso il ghiacciaio a passo lento e cadenzato, come se fosse una vetta himalayana, ho sperato le nuvole si diradassero ogni volta che una pallida luce del sole sembrava farsi largo tra la nebbia.

Invece più salivamo più le nuvole si facevano dense, più il vento ci sferzava la faccia, fino a diventare una vera e propria tormenta. Quelle tormente che ti spazzano il viso e ti congelano il respiro in uno strato di brina sulla bocca, sugli occhi, sul naso. Che non vedi il tuo compagno di cordata a pochi metri da te, e non vedi neppure il profondo crepaccio che si inabissa subito oltre la cresta a cui sei arrivato.
Un chiodo da ghiaccio, un paio di manovre, ed eccoci scendere a gran velocità lungo quella stessa parete verticale che avevamo risalito a piccoli passi e grandi picconate. Veloci, che la tormenta non è per nulla piacevole, ma anche che in fondo ha il suo punto di emozione calarsi con una corda e un paio di ramponi.

Raggiungere la vetta sarebbe stato emozionante, ma anche sfidare le intemperie porta la sua dose di adrenalina.

Il ghiacciaio del Morteratsch

Ho sempre pensato che le passioni non ce le scegliamo noi, ma sono loro a sceglierci. Ci seguono di soppiatto per lungo tempo, magari per anni, e poi un bel giorno decidono di uscire allo scoperto e si rivelano in tutto il loro irresistibile fascino.

La passione per i ghiacci di alta montagna l’avevo già intuita in passato, come la sensazione di un’ombra alle spalle, ma è stato solo quando ho messo piede per la prima volta su un autentico ghiacciaio, il ghiacciaio del Morteratsch in Svizzera, che ho capito quanto prepotente fosse la sua presenza.
Quando mi sono trovata davanti quella infinita serie di crepacci e montagne nelle montagne, pendii e avvallamenti che degradano dall’azzurro intenso del ghiaccio vivo al grigio scuro dei detriti. Quando ho risalito con ramponi e picozza quella che a me sembrava una mastodontica parete bianca e verticale. In quei momenti non ho avuto più nessun dubbio che l’alta montagna sia il mio habitat naturale, e che non serva essere nati ad alta quota per avere una montagna a cui appartenere.

Al rifugio … ero talmente emozionata che mi sono alzata ancora prima degli altri alpinisti, ossia ben prima dell’alba, per fare anche un po’ di foto al ghiacciaio durante gli ultimi minuti della notte.