Ulan Bator

In mezzo al nulla delle steppe e dei deserti, dopo 25 ore di treno percorrendo la transiberiana, sbarchiamo a Ulan Bator: una città moderna, piena di vita, disseminata di grattacieli e divertenti murales 3D lungo i marciapiedi. Anche se il primo impatto fu una colazione a base di хуущуур (kushur, una specie di panzerotto ripieno di carne di montone) e riso bollito, Ulan Bator ci ha poi conquistato con i suoi ristoranti affacciati su piazza Beatles, il posto dove negli anni ’70 si ritrovavano i giovani ad ascoltare i dischi che arrivavano di contrabbando dalla Russia e dall’Europa dell’est, e dove adesso si bevono birre freschissime di ritorno da una lunga settimana nel deserto del Gobi.

Istanbul, dove Europa e Asia si incontrano

Ci sono luoghi di tale bellezza, di tale abbondanza di colori, di tanto brulicare di vita che le foto è come se scattassero da sole. Che le immagini non bisogna cercarle, vengono loro da te, mentre ti travolgono di suoni e di profumi.

Istanbul è uno di quei posti.
Poi è anche una città dove agli angoli delle strade vendono anguria da passeggio, cozze al limone, succo di melograno e pannocchie arrostite … insomma, non può che essere un bel posto!

La Cappadocia

Nel cuore della Turchia c’è una terra che sembra sbucare dalle fiabe e che, nonostante le orde di turisti che la percorrono ogni anno, rimane avvolta da un alone di fascino e mistero.
La mia idea iniziale di raggiungere la Cappadocia in autobus (12 comode ore da Istanbul a Neveşhir, cosa saranno mai per una che si è fatta sei ore e mezza sino a Sevilla tutte le settimane per tre mesi) fu bocciata dai miei compagni di viaggio. In effetti la Pegasus Airlines vola per pochi euro da Sabiha Gokcem a Kayseri in un’ora e mezza, non fosse che la vera sfida è raggiungere Sabiha in taxi, attraversando il celebre ponte tra Europa e Asia con una serie di sorpassi da inseguimento poliziesco. [difatti il taxi è assolutamente sconsigliato, dal momento che i comodissimi shuttle della compagnia HAVATAŞ collegano l’aeroporto con la piazza Taksim in meno tempo e a prezzi molto più convenienti]

Fortunatamente il resto della gita fu molto meno concitato, anche se non meno adrenalinico.
Anche se si sollevano con una lentezza quasi impercettibile, le mongolfiere in volo sono uno spettacolo che lascia senza fiato. E dire che ne ho già fatte nella vita cose da restare senza fiato. Più ancora che il volo, la vera emozione fu arrivare al campo di decollo quando era ancora buio e vedere quei giganti del cielo ancora stesi a terra, che si gonfiano di aria calda con lampi di luce di fuoco e tutto insieme avere la sensazione di essere su un altro pianeta in una base aliena. Talmente emozionante che ci tornai il giorno successivo solo per fare le foto che nella fretta della partenza avevo mancato.

Anche se il caldo a inizio settembre è ancora implacabile, nelle città sotterranee di Derinkuyu e tra le stanze del monastero di Selime sembra tutta un’altra stagione. Sembra incredibile come queste rocce siano state modellate come argilla e abbiano ospitato migliaia di persone vivendo in cunicoli come un formicaio. Quando si ritorna alla luce del sole gli occhi fanno quasi male, e un po’ ci si immagina il dolore che dovevano provare gli abitanti delle grotte quando potevano uscire in superficie.

Anche se mi avevano messo in guardia che la Cappadocia fosse, nonostante tutto, un entroterra arretrato e maschilista, passeggio totalmente a mio agio tra le vie di Göreme quando i miei compagni di viaggio ritornano in Italia. Vado a fotografare il tramonto dalla montagna appena ai margini della città con il ragazzo che gestiva il nostro b&b, e mi bevo una birra appena il sole sparisce dietro le colline. Chiacchiero con il ragazzo argentino che stava pranzando nel tavolo di fianco al mio, raccontandoci di com’è girare il mondo e aspettando che smetta di piovere. Ascolto uno dei venditori ai mercatini di Paşabağ spiegarmi il suo punto di vista sulla guerra al terrorismo. Dice che i turisti europei, e soprattutto italiani, sono scomparsi nell’ultimo anno. Del resto se sul sito della Farnesina sconsigliano di prendere la metropolitana a Istanbul, l’eco che arriva in Italia è di un paese ormai troppo pericoloso. A me invece sembrava solo un paese abbandonato a se stesso.
Mi concedo persino un bagno turco, quando ricomincia a piovere, e scopro che se sino ad oggi avevo odiato i massaggi era solo perché mai nessuno me li aveva fatti in una cornice suggestiva come una fiaba delle mille e una notte.

Chitlang

Come sempre, c‘é quello che ci si aspetta e quello che no. Mi ero preparata a mangiare peli di yak con il latte, come racconta René Desmaison in un libro, invece non ne ho manco visto uno dal vivo, in peli e ossa, di yak. Comincio a pensare sia un animale mitologico.
A dormire in una capanna in una valle sperduta in un villaggio sperduto di nome Chitlang, senza luce, senza acqua, con tanti spifferi … no, non posso dire che ero preparata. Perché altrimenti avrei comprato il sacco a pelo da alpinismo estremo al dechatlon, non la versione da aspirante campeggiatore della riviera adriatica.

Questi sono gli inconvenienti. Non solo questi ma tralascio gli altri.

Il resto é incantevole. Le montagne, la gente, le stelle. Il cielo scintillante di dove non esistono le luci, come nel deserto due anni fa.
Non mi sento neppure a cinquemila e oltre km da casa. In realtá da tempo ormai non calcolo le distanze in km, ma in giorni. Adesso sono lontana da casa 26 giorni di lavoro e due di viaggio. Dietro l‘angolo praticamente.

Chitlang

Avevo scritto un post ieri sera, quando alle otto e mezza ora locale nepalese giá mi rintanavo sotto le coperte in una casetta piena di spifferi nei pressi di Chitwan.
Chitwan é un villaggio sperduto, da qualche parte a un ‘ora di bus piú una di jeep sulle montagne. Soprattutto é degna di nota l‘ora di jeep, su delle mulattiere a precipizio sulla valle che io non farei fare neanche ai muli.
Il camping a Chitlang piú che un corso di orientamento é stato un corso di sopravvivenza. Credo che l‘idea fosse eliminare in partenza i non adatti all‘esperienza. Niente acqua corrente, niente luce, trekking giú da un pendio, attraversamento di ponte tibetano, colazione a base di legumi e un pastone di semola vagamente dolce, giochi a penitenze in ogni momento libero, cena intorno al fuoco e notte in tenda. Mi sono pentita quindici milioni di volte di non aver preso al Decathlon il sacco a pelo versione alpinista estremo, ma di aver pavidamente ripiegato sulla versione da aspirante campeggiatore della riviera adriatica.
In realtá non ho avuto freddo. Anzi, sono stata benone.
Nei rifugi sulle Alpi sono stata ben piú di una notte senza doccia, la gita in barca era idilliaca, e la colazione salata é la mia preferita. Peraltro la tazza di the caldo alle otto del mattino, tra le nebbie dell‘alba, é stata un piacere sublime.

Nulla é comodo qui. Ma con quattro amici e altrettante birre qualsiasi posto nel mondo é esattamente come a casa.