Cevedale, 3769 metri

La prima uscita dopo il corso di alpinismo, provando a gestire una cordata, ripassando i nodi a palla e le manovre di sicurezza sul ghiacciaio. Anche una delle cime più alte che ho raggiunto sino ad ora, che ancora non ho sfondato il tetto dei 4000, ma ci sto arrivando.

Il Cevedale è facile, una lunga passeggiata ad alta quota. I crepacci si aggirano con deviazioni più o meno ripide, più o meno lunghe. Solo un piccolo crepaccio è stato necessario saltarlo, assicurati dai compagni di cordata.

L’unico tratto impegnativo sembra essere la salita al Casati, ripida e rocciosa nell’ultimo tratto. Saranno i 3200 metri di quota, sarà l’affanno della salita, all’arrivo il vago senso di nausea e mal di testa sembravano un accenno di mal di montagna. Ma poi bastò cambiare leggermente la quota, con una passeggiata defatigante sino ai tre cannoni, per arrivare a cena in gran forma e gran appetito.

Il seguito è normale routine da vita in rifugio: pasta al pomodoro e polenta con la carne per cena, lunghe chiacchierate e pagine sfogliate prima di andare a letto, poche ore di sonno ma sufficienti per svegliarsi con tanta energia e tanta voglia di raggiungere la vetta.

L’alba sulle montagne, guardando il sole spuntare oltre le cime e le pianure e insomma il mondo intero, resta uno dei motivi per cui mai potrei rinunciare ad essere qui.

[Nella mappa il percorso dal rifugio dei Forni, attraverso il Pizzini e il Casati, e ritorno]

Agrigento

work in progress

Le 5 terre e la costa di Levante

Genova – Monterosso in treno.
Monterosso – Vernazza in barca, bellissima Vernazza vista dal mare e irresistibile un tuffo appena scesi al porto.
Vernazza – Corniglia a piedi. Ma non a piedi per il sentiero turistico, che costeggia il mare ed è affollato di gente. Noi abbiamo fatto il sentiero difficile, da veri avventurieri, quello che si inerpica sulle colline delle costa ligure ed è in stato da abbandono da anni. Quello che bisogna farsi largo tra i rovi e la vegetazione, ma che regala panorami dall’alto e installazioni inaspettate lungo il cammino.

San Gimignano

Alle volte i miei ricordi soffrono di ansia da prestazione. Ero stata a San Gimignano durante una di quelle vacanze estive da giovani universitari: una tenda, tanto alcool, tanti km macinati con la macchina. Ricordavo le sue torri come un posto incantato, ricordavo con simpatia persino il museo della tortura, ma quando è stata ora di tornarci ho cominciato a temere che il filtro dei ricordi avesse eccessivamente mitizzato quel piccolo borgo toscano.

Invece posso confermare che San Gimignano merita tutta la fama che si porta appresso, incantevole anche durante una mattina di sole di novembre, quando si aggirano pochi turisti tra i banchetti della sagra del fungo.

Chi merita un po’ meno invece sono i suoi ristoratori, che la sera ci cacciano in malo modo dalla soglia dei loro ristoranti ormai in chiusura.
Io e i miei amici spagnoli non abbiano trovato altro che una pizzeria al taglio gestita da padre e figlio. Neanche farlo apposta, oltre a noi, gli unici in giro per San Gimignano quella sera erano un altro gruppo di ragazzi spagnoli. Anche loro increduli di come fosse possibile che, uno dei borghi più famosi d’Italia, la notte si trasformasse in un’autentica città fantasma.

Siracusa e dintorni

Erano passati quasi trent’anni dall’ultima volta che visitai Siracusa, ma appena misi piede nel teatro greco mi sembrarono solo una manciata di giorni. Lo ricordavo ancora nei dettagli, così come ricordavo l’Orecchio di Dionisio, una grotta dall’acustica sorprendente e dalla volta acuta come quella di una cattedrale.

I resti della civiltà ellenica dovevano aver fatto breccia nei miei ricordi molto più del sontuoso barocco di Siracusa e Noto. Un barocco che invece ho apprezzato molto meglio ora, che sono diventata grande.