Small worlds, piccoli mondi.

Per chi è stanco della solita panoramica. Per chi ama giocare con le immagini digitali. Per chi ha sempre invidiato al piccolo principe il suo mini-pianeta da percorrere tutto in tre passi.

Per tutti costoro va il mio tutorial di Hugin.

Step 1: fare le foto giuste.
I miei primi tentativi di small planets sono stati decisamente infruttuosi perchè, nonostante seguissi alla lettera i tutorial trovati in rete, stavo usando le foto sbagliate. Che si debba disporre di una successione di scatti ruotando a 360° è abbstanza intuitivo. Meno intuitivo è che i risultati migliori si ottengono fotografando con un grandangolo (io uso il fisheye da 8mm) e che le foto vadano fatte in verticale (in modo che la distorsione del fisheye sia minore sul lato corto della foto che è quello che verrà unito in sequenza dal software).
L’ideale sarebbe disporre di un punto sopraelevato, in modo da includere la più ampia porzione di terreno sotto i propri piedi e ridurre al minino il “punto cieco” a fine elaborazione. In alternativa, posizionarsi su un terreno molto uniforme, da poter clonare facilmente con Photoshop (la neve, la sabbia, la zona fortemente in ombra di alcune delle immagini ne sono un esempio).
Ovviamente bisogna prevedere una sovrapposizione dell’inquadratura tra uno scatto e l’altro. Con il fisheye 8mm io faccio solitamente 7 scatti per coprire l’intera panoramica.

Step 2: caricare le foto sul software e trovare i punti di similitudine.
Se gli scatti sono fatti a dovere, l’opzione automatica di allineamento lavora in modo eccellente. Può capitare che serva un intervento manuale se le foto sono troppo scure o troppo chiare in alcuni punti (ho provato a fare uno small world del cielo stellato, ma l’allineamento automatico era pressochè impossibile) o, genericamente, se l’immagine è troppo uniforme tra uno scatto e il successivo. In quel caso si impostano dei punti di controllo nelle due immagini contigue. Servono almeno 6 punti di controllo in ogni sovrapposizione perchè l’allineamento venga fatto correttamente.

Step 3: cambiare la geometria dell’immagine.
Una volta completato l’allineamento, l’immagine appare come una panoramica orizzontale a 360°. Selezionando l’opzione Stereographic nel pannello delle geometrie, la panoramica lineare assume l’aspetto circolare. Non so se sia un baco della versione che uso, ma prima di cambiare la geometria a Stereographic, bisogna cancellare le dimensioni del pannello. La geometria circolare infatti usa una sola dimensione e la modifica, se sono specificate due dimensioni, non viene applicata.

Step 4: allineare l’immagine e cambiare le proporzioni.
La deformazione da lineare a circolare dell’immagine può essere fatta lungo ciascuno dei tre assi della spazio cartesiano, ottenendo effetti di tridimensionalità diversi. Delle linee di forza che si dipartono dal centro dell’immagine, sembrano le linee del campo magnetico terrestre, permettono inoltre di cambiare le proporzioni tra i diversi elementi della panoramica.

Step 5: ritagliare ed esportare l’immagine.
Una barra di scorrimento permette di impostare lo zoom e delle maniglie sui bordi servono a ritagliare l’immagine alla sola porzione di interesse.
Io regolo i valori di tono, luminosità e saturazione dell’immagine solo una volta esportata, per evitare leggere differenze tra i singoli scatti che potrebbero ostacolare l’allineamento automatico o, peggio ancora, risultare in nette linee di separazione tra le diverse porzioni di panoramica.

Dopo diverse prove, si comincia a capire quali sono i soggetti che rendono meglio con l’effetto small world. Panorami troppo uniformi e con soggetti grandi sullo sfondo (montagne, palazzi) vengono ulteriormente appiattiti dalla deformazione sferica. Meglio avere uno o due oggetti che emergono in primo piano, in quanto servono a dare volume e profondità all’immagine finale.

Tromsø, the gateway to North Pole

Durante il meraviglioso viaggio in nave da Stamsund, nelle isole Lofoten, a Tromsø ci propinarono anche un documentario sulla città a cui stavamo per approdare. Il documentario riportava la storia delle grande missioni al Polo Nord, tutte partite da Tromsø, che per questo è definita la porta di accesso al Polo.

Tromsø è l’ultima città prima del grande nord, una città nemmeno troppo piccola. Qui la gente convive con le sue temperature polari, i metri di neve, gli inverni infiniti, come se nulla fosse. Mentre io in nave per fare quattro foto e poi scappare in cabina congelata ero avvolta in strati di lana e giaccavento e pantaloni da sci, le bambine scandinave scorrazzavano sul ponte della nave in maglietta di cotone. Dico solo questo.

Tromsø si estende su un’isola e su un altro tratto di costa che in questo frastagliatissimo arcipelago dovrebbe però essere terraferma. In mezzo le collega uno spettacolare ponte, che è anche molto spettacolare da attraversare a piedi, con il vento gelido che soffia lì in alto. La parte dell’isola non abitata è un susseguirsi di piccoli golfi e piccoli moli, una costa bassa e pietrosa, piuttosto spoglia ma con un panorama di montagne a perdita d’occhio.

A Tromsø le aurore si vedono quasi a colpo sicuro, a proposito.

Dove si fotografa l’autunno più bello: tra Scozia e Inghilterra

Doveva essere un viaggio in Scozia ed è diventato un lunghissimo peregrinare tra Inverness in cerca dell’aurora e Carlisle in cerca dell’autunno, dalle distillerie scozzesi alla regione dei laghi a nord dell’Inghilterra, dai palazzi gotici di Edimburgo (resi ancora più gotici da centinaia di ragazzi in costume per la festa di Halloween) ai piccoli pub inglesi di altrettanto piccoli villaggi in mezzo alle campagne. Il che già la dice lunga sulla minuziosa organizzazione del viaggio, ossia nessuna organizzazione.

Viaggiare senza meta ha molto fascino e qualche piccolo inconveniente, come restare senza benzina nel bel mezzo del Kielder Forest Park, realizzare che la aree di servizio suggerite da Google non sono dismesse, ma proprio inesistenti, e scoprire a Otterburn che il distributore più vicino si trovava a 9 miglia (senza sapere se la riserva ci avrebbe ancora consentito quelle nove miglia). Poi, visto che Otterburn ci era parso l’unico centro abitato degno di questo aggettivo, con la tranquillità del serbatoio pieno abbiamo ripercorso a ritroso le nove miglia per occuparci del secondo problema in ordine di importanza: trovare una locanda dove passare la notte.
Sembrava un compito facile, anche concedendo una seconda possibilità alla Google Map che indicava il villaggio costellato da una miriade di icone dell’omino a letto. Ma la carta degli imprevisti è sempre in agguato nel gioco, e alla seconda locanda che ci comunicava il tutto esaurito, scoprimmo anche com’era possibile che in una nebbiosa serata di fine ottobre così tanti turisti avessero deciso di ritrovarsi in questo luogo sperduto al confine tra Scozia e Inghilterra: non erano turisti, bensì invitati al matrimonio dell’anno tra due giovani britannici che chissà per quale romantico motivo avevano scelto di coronare proprio a Otterburn la loro storia d’amore.
(per la verità non sapremo mai il motivo, ma non sapremo mai neppure se erano giovani e pure britannici, solo sembrava più poetico immaginarcela così la storia)

Gli aneddoti sarebbero tanti di questi sei giorni on the road, ma tanti sono stati anche gli scorci perfetti da immortalare nelle foto. Dalla costa nord nella regione di Inverness, fotografata di notte in attesa di un’aurora boreale che sì è apparsa, ma molto meno entusiasmante di quelle che abbiamo già visto in Lapponia, in Islanda o in Norvegia (la latitudine, la stessa di Goteborg, è troppo meridionale per essere raggiunta dalle tempeste geomagnetiche ordinarie); ai laghi del Lake District, circondati di boschi in pieno foliage: rossi, gialli, arancioni, verdi e marroni, l’intera palette di colori autunnali alla luce calda del sole ormai basso all’orizzonte. Una menzione speciale merita il Vallo di Adriano, the Hadrian’s Wall, quel “muretto” che un tempo erano i bastioni di confine dell’Impero, che serpeggiano da parte a parte delle terre britanniche e si affacciano su altissime scarpate, casomai fosse necessario ribadire l’inespugnabilità dei territori romani.

Un titolo di “posto più bello al mondo dove fotografare l’autunno” ampiamente meritato, insomma.

 

Il Gargano

Venendo da sud, si attraversano le immense saline di Magherita di Savoia, campi di fiori e strade senza mai una curva. Poi, in un istante, lo sfondo si popola di montagne che spezzano la costa e si inoltrano nel mare: il Gargano. Passata la caotica Manfredonia, il resto è una tortuosa strada che si inerpica tra i boschi della foresta umbra. Ogni tanto la strada si allarga in un belvedere a picco sul mare. Si capisce subito che il panorama deve essere stupendo, perchè altre due o tre auto sono ferme e i passeggeri scendono brandendo il loro bastone da selfie. Allora accosto anche io e mi affaccio a scattare foto.

Decine di km guidando tra i boschi e il litorale, senza traccia di centri abitati. Sino a Vieste, che spunta da uno dei tanti belvedere improvvisati lungo la strada e spicca con le sue case e le sue chiese bianche, come tanti borghi qui in Puglia. Da vicino Vieste appare più trasandata, un po’ abbandonata al suo periodo di massima celebrità. I bar suonano la musica degli anni novanta, i negozi vendono i souvenir e le cartoline degli anni novanta, e insomma è un po’ tutto come se fossero rimasti ai tempi del boom turistico degli anni novanta.  Un posto malinconico, di quella malinconia che hanno tanti posti di mare fuori stagione.