La Cappadocia

Nel cuore della Turchia c’è una terra che sembra sbucare dalle fiabe e che, nonostante le orde di turisti che la percorrono ogni anno, rimane avvolta da un alone di fascino e mistero.
La mia idea iniziale di raggiungere la Cappadocia in autobus (12 comode ore da Istanbul a Neveşhir, cosa saranno mai per una che si è fatta sei ore e mezza sino a Sevilla tutte le settimane per tre mesi) fu bocciata dai miei compagni di viaggio. In effetti la Pegasus Airlines vola per pochi euro da Sabiha Gokcem a Kayseri in un’ora e mezza, non fosse che la vera sfida è raggiungere Sabiha in taxi, attraversando il celebre ponte tra Europa e Asia con una serie di sorpassi da inseguimento poliziesco. [difatti il taxi è assolutamente sconsigliato, dal momento che i comodissimi shuttle della compagnia HAVATAŞ collegano l’aeroporto con la piazza Taksim in meno tempo e a prezzi molto più convenienti]

Fortunatamente il resto della gita fu molto meno concitato, anche se non meno adrenalinico.
Anche se si sollevano con una lentezza quasi impercettibile, le mongolfiere in volo sono uno spettacolo che lascia senza fiato. E dire che ne ho già fatte nella vita cose da restare senza fiato. Più ancora che il volo, la vera emozione fu arrivare al campo di decollo quando era ancora buio e vedere quei giganti del cielo ancora stesi a terra, che si gonfiano di aria calda con lampi di luce di fuoco e tutto insieme avere la sensazione di essere su un altro pianeta in una base aliena. Talmente emozionante che ci tornai il giorno successivo solo per fare le foto che nella fretta della partenza avevo mancato.

Anche se il caldo a inizio settembre è ancora implacabile, nelle città sotterranee di Derinkuyu e tra le stanze del monastero di Selime sembra tutta un’altra stagione. Sembra incredibile come queste rocce siano state modellate come argilla e abbiano ospitato migliaia di persone vivendo in cunicoli come un formicaio. Quando si ritorna alla luce del sole gli occhi fanno quasi male, e un po’ ci si immagina il dolore che dovevano provare gli abitanti delle grotte quando potevano uscire in superficie.

Anche se mi avevano messo in guardia che la Cappadocia fosse, nonostante tutto, un entroterra arretrato e maschilista, passeggio totalmente a mio agio tra le vie di Göreme quando i miei compagni di viaggio ritornano in Italia. Vado a fotografare il tramonto dalla montagna appena ai margini della città con il ragazzo che gestiva il nostro b&b, e mi bevo una birra appena il sole sparisce dietro le colline. Chiacchiero con il ragazzo argentino che stava pranzando nel tavolo di fianco al mio, raccontandoci di com’è girare il mondo e aspettando che smetta di piovere. Ascolto uno dei venditori ai mercatini di Paşabağ spiegarmi il suo punto di vista sulla guerra al terrorismo. Dice che i turisti europei, e soprattutto italiani, sono scomparsi nell’ultimo anno. Del resto se sul sito della Farnesina sconsigliano di prendere la metropolitana a Istanbul, l’eco che arriva in Italia è di un paese ormai troppo pericoloso. A me invece sembrava solo un paese abbandonato a se stesso.
Mi concedo persino un bagno turco, quando ricomincia a piovere, e scopro che se sino ad oggi avevo odiato i massaggi era solo perché mai nessuno me li aveva fatti in una cornice suggestiva come una fiaba delle mille e una notte.

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